domenica 22 marzo 2026

SUPERMERCATO E SCELTE ALIMENTARI: QUANTO SIAMO DAVVERO LIBERI?

Da “vittime” del marketing, a  “consumatori” … fino a  diventare “eligiter”

1.Vittime del marketing

Un annuncio pubblicitario, un volantino nella posta, una chiamata di qualche centralino fantomatico che ci propina l’ennesimo servizio sono considerati da tutti operazioni di marketing con il puro scopo di vendere qualcosa a qualcuno e spesso, se noi siamo i destinatari prescelti, questo ci dà anche molta noia. Inconsapevolmente, però, viviamo ogni giorno una delle esperienze di marketing più efficaci della nostra epoca: fare la spesa al supermercato. Ebbene sì! Quella che noi consideriamo la trasposizione moderna del “procacciamoci” il cibo, in realtà è un’operazione di marketing perfettamente orchestrata e che raggiunge il proprio obiettivo (ovvero il consumo) in percentuali elevatissime. Qui si intrecciano psicologia, psicosomatica, tecniche di vendita e percezione di urgenza e necessità, il tutto guidato da logiche economiche.

Molto di questo gira attorno alla percezione del gusto, della fame e al rapporto che abbiamo generalmente con il cibo.

Andiamo con ordine!

Innanzitutto dobbiamo considerare che a differenza di quanto si pensi (e qui va posta attenzione!) il senso del gusto non è solo legato alla sensazione di piacere che si prova assaporando un cibo, ma ha anche la funzione di analizzarne il contenuto riconoscendo sostanze chimiche e permettendo di distinguere un alimento ricco di nutrienti da uno potenzialmente tossico. Se noi andiamo indietro di migliaia di anni quando la dieta non era così varia e quando condimenti, abbinamenti e tipi di cotture erano pressoché sconosciuti, ci è lecito pensare come questa seconda funzione probabilmente fosse preponderante e fondamentale per distinguere una carcassa di mammut in putrefazione - e quindi non commestibile- da una invece digeribile e ricca di proteine e nutrienti.

I 5 gusti presenti sono amaro, acido, salato, dolce e umami. È interessante notare come se per il dolce abbiamo un solo recettore uguale per tutti gli esseri umani, per l’amaro ne abbiamo circa 25 che variano a seconda di etnia, età, sesso e pertanto da persona a persona. Questo perché, mentre al dolce si collegano alimenti gradevoli (in preistoria la frutta) all’amaro si associa una sensazione di divieto, di negazione.  In un’ottica di sopravvivenza è logico pensare come sia estremamente importante riuscire a riconoscere un cibo pericoloso e quindi come le papille gustative - ma più largamente tutto l’organismo - si sia allenato e focalizzato ad individuare questi cibi, potenziando la propria abilità attraverso la presenza di più recettori specifici.

Ora come occidentali, ci troviamo in un momento storico dove la nostra preferenza naturale verso il dolce, il salato e il grasso, porta l’industria a continuare a produrre questo tipo di alimenti in gran quantità, essendo quasi matematicamente certo il loro consumo e quindi la loro vendita.

I nostri recettori infatti, abituati a questi gusti, tendono a rifiutare per confronto tutti gli altri, anche se al giorno d’oggi amaro o acido non significa necessariamente putrefatto oppure tossico come un tempo.

2.Consumatori inconsapevoli

Con questo bagaglio di competenze “sulla punta della lingua” entriamo quindi in un supermercato. All’inizio ci troviamo davanti frutta e verdura. Riempiamo un po’ il carrello scegliendo quella che ci aggrada di più per sapore, profumo e colore. Poi procedendo nelle corsie iniziamo a inserire prodotti legati più a quella che viene definita SPESA EMOTIVA, più che SPESA SANA. Andremo a scegliere prodotti non sempre sulla base del loro apporto nutrizionale, calorico e salutare ma più perché “ci piacciono”, perché “ci piace la sensazione che proviamo nel consumarli”, perché “ci piace come ci fanno sentire dopo averli ingeriti”, perché “ci regalano occasioni di socialità”. Sto parlando ad esempio del cioccolato, del gelato, o di due tagli di carne che ci permettono di organizzare la grigliata della domenica con il nostro gruppo di amici. Quante volte ci è capitato di entrare per prendere un litro di latte e delle uova e uscire con un carrello pieno di snack? Entriamo per comprare cibo… e usciamo con emozioni confezionate. Attenzione però a non fraintendere. Tutto questo non è sbagliato! Ci fa solo rimanere nella condizione di CONSUMATORE ovvero di un soggetto che sapientemente indirizzato da pubblicità, slogan e dalla disposizione sapiente di scaffali e espositori non svolge altro che il suo compito, ovvero quello di acquistare, di implementare i consumi, assecondando inconsciamente quello che le proprie papille gustative e il proprio cervello limbico gli stanno comunicando.

La parola chiave è proprio quell’ “inconsciamente”.

3.Eligiter: chi sceglie davvero

Come appena detto, il consumatore appunto consuma. Spende, acquista sulla base di un ragionamento emotivo, irrazionale e istintivo.  I nostri recettori e quindi la nostra stessa biologia invece ci stanno dicendo come l’esperienza della scelta di un cibo dovrebbe essere appunto una scelta, un discrimine tra ciò che mi farà bene e ciò che mi porterà alla morte perché andato a male oppure tossico. Ora, riportando tutto alla nostra realtà moderna, la differenza tra consumatore ed eligiter è proprio la consapevolezza di cosa metto nel carrello e quindi di cosa porto in tavola e al palato. La scelta non riguarda solo l’aspetto del “cosa” mi piace, ma anche del “cosa” mi serve e “cosa” è sostenibile . Il gusto quindi diventa un aspetto fondamentale e potrebbe avere ricadute positive su ambiente e su tutta la filiera agroalimentare e sulla salute. Questo potrebbe aprire a nuovi mercati e alla sperimentazione di nuovi cibi e sapori se tutti noi diventassimo eligiter.

Pertanto, riassumendo, acquistare una confezione di gelato non è sbagliato se l’assaporarla dopo cena in compagnia della propria famiglia ci appaga non solo lo stomaco ma anche emotivamente, così come non è da “integralisti bigotti” il voler seguire un’alimentazione vegana dove magari qualche vegetale marino risulta essere amaro e apparentemente poco appetitoso. Quello da tener presente è sempre l’organismo nella sua totalità: quindi evitare un’alimentazione che appaga solo la nostra parte emozionale trascurando quella biologica nutrizionale, oppure evitare di ridurre la nutrizione ad un puro atto meccanico senza soddisfazione emotiva o coinvolgimento sensoriale.

L’eligiter non è chi mangia perfetto.
È chi sceglie in modo consapevole, senza essere guidato solo dall’impulso o dal marketing.

Non si tratta di smettere di comprare.
Si tratta di iniziare a scegliere.
Perché tra uno scaffale e l’altro, non stai solo riempiendo un carrello…
stai costruendo il tuo modo di nutrirti.

 

Fonti

  • Bassoli A., Il gusto di sapere. Perché ci piace ciò che mangiamo
  • Wansink B., Mindless Eating: Why We Eat More Than We Think
  • Spence C., Gastrophysics: The New Science of Eating

 

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