domenica 22 marzo 2026

SUPERMERCATO E SCELTE ALIMENTARI: QUANTO SIAMO DAVVERO LIBERI?

Da “vittime” del marketing, a  “consumatori” … fino a  diventare “eligiter”

1.Vittime del marketing

Un annuncio pubblicitario, un volantino nella posta, una chiamata di qualche centralino fantomatico che ci propina l’ennesimo servizio sono considerati da tutti operazioni di marketing con il puro scopo di vendere qualcosa a qualcuno e spesso, se noi siamo i destinatari prescelti, questo ci dà anche molta noia. Inconsapevolmente, però, viviamo ogni giorno una delle esperienze di marketing più efficaci della nostra epoca: fare la spesa al supermercato. Ebbene sì! Quella che noi consideriamo la trasposizione moderna del “procacciamoci” il cibo, in realtà è un’operazione di marketing perfettamente orchestrata e che raggiunge il proprio obiettivo (ovvero il consumo) in percentuali elevatissime. Qui si intrecciano psicologia, psicosomatica, tecniche di vendita e percezione di urgenza e necessità, il tutto guidato da logiche economiche.

Molto di questo gira attorno alla percezione del gusto, della fame e al rapporto che abbiamo generalmente con il cibo.

Andiamo con ordine!

Innanzitutto dobbiamo considerare che a differenza di quanto si pensi (e qui va posta attenzione!) il senso del gusto non è solo legato alla sensazione di piacere che si prova assaporando un cibo, ma ha anche la funzione di analizzarne il contenuto riconoscendo sostanze chimiche e permettendo di distinguere un alimento ricco di nutrienti da uno potenzialmente tossico. Se noi andiamo indietro di migliaia di anni quando la dieta non era così varia e quando condimenti, abbinamenti e tipi di cotture erano pressoché sconosciuti, ci è lecito pensare come questa seconda funzione probabilmente fosse preponderante e fondamentale per distinguere una carcassa di mammut in putrefazione - e quindi non commestibile- da una invece digeribile e ricca di proteine e nutrienti.

I 5 gusti presenti sono amaro, acido, salato, dolce e umami. È interessante notare come se per il dolce abbiamo un solo recettore uguale per tutti gli esseri umani, per l’amaro ne abbiamo circa 25 che variano a seconda di etnia, età, sesso e pertanto da persona a persona. Questo perché, mentre al dolce si collegano alimenti gradevoli (in preistoria la frutta) all’amaro si associa una sensazione di divieto, di negazione.  In un’ottica di sopravvivenza è logico pensare come sia estremamente importante riuscire a riconoscere un cibo pericoloso e quindi come le papille gustative - ma più largamente tutto l’organismo - si sia allenato e focalizzato ad individuare questi cibi, potenziando la propria abilità attraverso la presenza di più recettori specifici.

Ora come occidentali, ci troviamo in un momento storico dove la nostra preferenza naturale verso il dolce, il salato e il grasso, porta l’industria a continuare a produrre questo tipo di alimenti in gran quantità, essendo quasi matematicamente certo il loro consumo e quindi la loro vendita.

I nostri recettori infatti, abituati a questi gusti, tendono a rifiutare per confronto tutti gli altri, anche se al giorno d’oggi amaro o acido non significa necessariamente putrefatto oppure tossico come un tempo.

2.Consumatori inconsapevoli

Con questo bagaglio di competenze “sulla punta della lingua” entriamo quindi in un supermercato. All’inizio ci troviamo davanti frutta e verdura. Riempiamo un po’ il carrello scegliendo quella che ci aggrada di più per sapore, profumo e colore. Poi procedendo nelle corsie iniziamo a inserire prodotti legati più a quella che viene definita SPESA EMOTIVA, più che SPESA SANA. Andremo a scegliere prodotti non sempre sulla base del loro apporto nutrizionale, calorico e salutare ma più perché “ci piacciono”, perché “ci piace la sensazione che proviamo nel consumarli”, perché “ci piace come ci fanno sentire dopo averli ingeriti”, perché “ci regalano occasioni di socialità”. Sto parlando ad esempio del cioccolato, del gelato, o di due tagli di carne che ci permettono di organizzare la grigliata della domenica con il nostro gruppo di amici. Quante volte ci è capitato di entrare per prendere un litro di latte e delle uova e uscire con un carrello pieno di snack? Entriamo per comprare cibo… e usciamo con emozioni confezionate. Attenzione però a non fraintendere. Tutto questo non è sbagliato! Ci fa solo rimanere nella condizione di CONSUMATORE ovvero di un soggetto che sapientemente indirizzato da pubblicità, slogan e dalla disposizione sapiente di scaffali e espositori non svolge altro che il suo compito, ovvero quello di acquistare, di implementare i consumi, assecondando inconsciamente quello che le proprie papille gustative e il proprio cervello limbico gli stanno comunicando.

La parola chiave è proprio quell’ “inconsciamente”.

3.Eligiter: chi sceglie davvero

Come appena detto, il consumatore appunto consuma. Spende, acquista sulla base di un ragionamento emotivo, irrazionale e istintivo.  I nostri recettori e quindi la nostra stessa biologia invece ci stanno dicendo come l’esperienza della scelta di un cibo dovrebbe essere appunto una scelta, un discrimine tra ciò che mi farà bene e ciò che mi porterà alla morte perché andato a male oppure tossico. Ora, riportando tutto alla nostra realtà moderna, la differenza tra consumatore ed eligiter è proprio la consapevolezza di cosa metto nel carrello e quindi di cosa porto in tavola e al palato. La scelta non riguarda solo l’aspetto del “cosa” mi piace, ma anche del “cosa” mi serve e “cosa” è sostenibile . Il gusto quindi diventa un aspetto fondamentale e potrebbe avere ricadute positive su ambiente e su tutta la filiera agroalimentare e sulla salute. Questo potrebbe aprire a nuovi mercati e alla sperimentazione di nuovi cibi e sapori se tutti noi diventassimo eligiter.

Pertanto, riassumendo, acquistare una confezione di gelato non è sbagliato se l’assaporarla dopo cena in compagnia della propria famiglia ci appaga non solo lo stomaco ma anche emotivamente, così come non è da “integralisti bigotti” il voler seguire un’alimentazione vegana dove magari qualche vegetale marino risulta essere amaro e apparentemente poco appetitoso. Quello da tener presente è sempre l’organismo nella sua totalità: quindi evitare un’alimentazione che appaga solo la nostra parte emozionale trascurando quella biologica nutrizionale, oppure evitare di ridurre la nutrizione ad un puro atto meccanico senza soddisfazione emotiva o coinvolgimento sensoriale.

L’eligiter non è chi mangia perfetto.
È chi sceglie in modo consapevole, senza essere guidato solo dall’impulso o dal marketing.

Non si tratta di smettere di comprare.
Si tratta di iniziare a scegliere.
Perché tra uno scaffale e l’altro, non stai solo riempiendo un carrello…
stai costruendo il tuo modo di nutrirti.

 

Fonti

  • Bassoli A., Il gusto di sapere. Perché ci piace ciò che mangiamo
  • Wansink B., Mindless Eating: Why We Eat More Than We Think
  • Spence C., Gastrophysics: The New Science of Eating

 

mercoledì 25 febbraio 2026

DIGESTIONE DIFFICILE: COSA NON STAI "DIGERENDO" NELLA TUA VITA?

Digestione difficile: cosa non stai “digerendo” nella tua vita?

Gonfiore, acidità, pesantezza: solo questione di cibo o anche di vissuti?

Quando lo stomaco parla

Ma quando mangiamo il nostro primo e il nostro secondo senza abbuffarci ma subito dopo avvertiamo una sensazione di gonfiore, di scomodità, il classico nodo allo stomaco… ecco in questi casi… il disagio che avvertiamo è davvero dovuto solo a ciò che mangiamo?

 E’ realmente solo colpa dei cibi, del tipo di cottura, del troppo olio,  del troppo burro utilizzati in cucina? Digerire non è solo un processo fisico che si riduce all’azione di stomaco, enzimi e succhi gastrici. Digerire è anche un percorso di elaborazione emotiva. Come ci insegna il concetto dell’asse intestino-cervello, questi due organi sono realmente collegati tra di loro ed in continua comunicazione. Attraverso il nervo vago infatti l’intestino invia messaggi al cervello. Si hai letto bene: dall’intestino al cervello! Allo stesso tempo la mente ripercorre emozioni e stati d’animo e stimola la produzione di determinate sostanze in risposta a questo bombardamento emotivo.  Esse possono influenzare o determinare la corretta digestione del nostro pasto.

La digestione: il punto di vista fisiologico

Come ci è sempre stato spiegato a scuola: “La digestione del cibo inizia dalla bocca”. Esattamente: il processo di assimilazione dei cibi inizia infatti con la masticazione che permette di sminuzzare gli alimenti e grazie alla saliva ne facilita la deglutizione. Attraverso l’esofago poi il bolo (così viene chiamato il cibo masticato) arriva allo stomaco e qui subisce la prima “tempesta chimica”. Inondato da succhi gastrici ed enzimi, l’alimento viene qui scomposto ancora di più e elaborato affinché risulti “assimilabile” e “utile” per l’organismo. E’ poi a partire dal primo tratto dell’intestino tenue che avviene l’assorbimento dei micro e macronutrienti. Ed è proprio nell’intestino che troviamo il sistema nervoso enterico: una rete complessa di neuroni che sono situati nella pancia, un “reale” secondo cervello che coordina gran parte delle funzioni legate alla digestione e all’organo che lo ospita. Esso regola i movimenti delle pareti intestinali, permettendo al cibo di proseguire e spingersi in avanti. Coordinando le contrazioni e il rilassamento della muscolatura liscia, gestisce lo svuotamento gastrico e il transito intestinale degli alimenti, stimola la produzione di enzimi digestivi, succhi gastrici e muco. Supporta l’attività metabolica e il riconoscimento e il conseguente assorbimento delle sostanze nutritive, partecipa attivamente con i batteri intestinali del microbiota alla regolazione di stati infiammatori e della risposta immunitaria. Grazie poi al nervo vago, che come detto lo mette in contatto con il cervello, influenza il senso di fame e sazietà garantendo che tutto il processo digestivo avvenga in maniera efficiente e regolata.

Ma quali sono i sintomi più comuni di una cattiva o difficile digestione?

Primo fra tutti il gonfiore addominale, segue acidità o reflusso, nausea e colon irritabile, stato di pesantezza e di malessere generale. Ora salvo cause cliniche che vanno ovviamente indagate e chiarite esclusivamente dal medico, esiste una lettura ed interpretazione psicosomatica a tutti questi disturbi. Questo non significa che ogni disturbo digestivo abbia un’origine emotiva, ma che mente e corpo dialogano continuamente

Ma quindi cosa significa “digerire” in alimentazione psicosomatica?

Digerire è sinonimo di trasformare, assimilare, lasciar andare. E cosa può essere difficile da digerire nella vita? Beh gli aspetti sono molteplici. Si pensi ad esempio ad una situazione non facile da accettare, rabbia non espressa, decisioni prese a forza, cambiamenti e imposizioni subite, conflitti repressi. Ecco: lo stomaco è la sede della paura e del controllo e l’intestino quella della rielaborazione profonda. Pertanto due “luoghi” dove questi aspetti della nostra esistenza vengono considerati e sviscerati in maniera importante.

Stress e digestione: la biologia dietro il meccanismo

Quando siamo stressati ad esempio, il nostro corpo si attiva in modalità “attacco o fuga”. Lo scopo è sopravvivere. Il sangue si sposta dagli organi interni ai muscoli degli arti che potrebbero dover iniziare a correre da un momento all’altro.  Anche la produzione dei succhi gastrici e l’equilibrio del microbiota possono risentirne.

Come possiamo allora creare uno spazio in cui il corpo possa digerire il cibo e la mente possa elaborare le emozioni?

Possiamo porci qualche domanda: cosa mi pesa in questo momento?  Sto vivendo qualcosa che risulta difficile accettare? Sto “ingoiando” qualcosa contro voglia? Quando i sintomi di questa cattiva digestione peggiorano, dove sono? In che contesto? Con chi?

Azioni concrete che possiamo attuare:

Sul piano fisico:

  • mangiare lentamente
  • masticare bene
  • ridurre i pasti che compio sotto stress
  • respirazione profonda 5 minuti prima del pasto
  • tenere orari regolari

Sul piano emotivo:

  • nominare le emozioni,
  • praticare scrittura espressiva
  • imparare a  dire di no

Concludendo possiamo dire che il corpo va ascoltato perché non è contro di noi ma è una parte di noi e la digestione è un atto di trasformazione continua non solo del cibo ma anche delle emozioni che proviamo. Alle volte quindi non è la cena ad essere pesante ma lo stato d’animo che stiamo vivendo.


Non è lo stomaco ad essere troppo sensibile: forse è la vita che ci chiede di essere “digerita” con maggiore consapevolezza.

Fonti:

Carabotti, M., Scirocco, A., Maselli, M. A., & Severi, C. (2015). The gut–brain axis: Interactions between enteric microbiota, central and enteric nervous systems. Annals of Gastroenterology, 28(2), 203–209.

Cryan, J. F., O’Riordan, K. J., Cowan, C. S. M., Sandhu, K. V., Bastiaanssen, T. F. S., Boehme, M., … Dinan, T. G. (2019). The microbiota–gut–brain axis. Physiological Reviews, 99(4), 1877–2013

Furness, J. B. (2012). The enteric nervous system and neurogastroenterology. Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology, 9(5), 286–294.

Konturek, P. C., Brzozowski, T., & Konturek, S. J. (2011). Stress and the gut: Pathophysiology, clinical consequences, diagnostic approach and treatment options. Journal of Physiology and Pharmacology, 62(6), 591–599.

Mayer, E. A. (2011). Gut feelings: The emerging biology of gut–brain communication. Nature Reviews Neuroscience, 12(8), 453–466.

 

domenica 15 febbraio 2026

5 ASPETTI CHE INFLUENZANO IL TUO RAPPORTO CON IL CIBO ( E CHE NESSUNO TI DICE)

Mangiare non è solo nutrirsi, cucinare non soddisfa solo il palato ma anche tutti gli altri sensi e la risposta a questi stimoli può influenzare la nostra esperienza con il cibo.

Ma oltre ad ingredienti freschi e qualche abilità in cucina, cosa conta quindi per ottenere un pasto soddisfacente?

Partiamo da un presupposto direi “olistico”, ovvero l’apprezzamento del cibo non è solo una questione di papille gustative ma coinvolge tutti e cinque i sensi e anche l’aspetto emotivo e cognitivo della persona. Ebbene si! Quello che erroneamente si riduce ad un mero consumo di calorie o alla semplice assunzione di nutrienti in realtà è una vera e propria esperienza sensoriale, emozionale che coinvolge anche il nostro pensare e ragionare. Il nostro corpo — insieme alla nostra mente — interpreta ogni segnale che arriva da quel piatto. E da questa interpretazione nasce la soddisfazione… oppure la ricerca di altro cibo. Se psicologi ed esperti distinguono ben 9 tipi di fame differente, noi nel nostro piccolo possiamo individuare 5 aspetti più semplici che ci permettono di asserire come non sia solo la bocca a mangiare ma l’intero corpo.

1° aspetto

“Anche l’occhio vuole la sua parte” : detto più che mai azzeccato per questo contesto. Il primo punto da osservare è il colore dei piatti: se il colore delle stoviglie è molto in contrasto con quello dei cibi probabilmente ne consumeremo meno.

2° aspetto:

La temperatura: i gradi delle pietanze stimolano una risposta diversa delle papille gustative. I cibi caldi permettono di assaporare meglio pranzi e cene e pertanto ci fanno sentire più sazi e più gratificati. I cibi caldi trasmettono senso di conforto e protezione. Non è un caso che nei momenti difficili cerchiamo minestre, tisane, piatti avvolgenti.

3° aspetto:

La velocità: mangiare più lentamente può stimolare una migliore digestione e questo di riflesso migliorare le nostre sensazioni post pasto. Mangiare lentamente quindi permette al cervello di registrare la sazietà e al corpo di sentirsi davvero appagato. La fretta, invece, spesso lascia un senso di “non abbastanza”.

4° aspetto:

Il piccante: stimola la termogenesi e attiva il metabolismo, ma non solo: crea una stimolazione intensa che può aumentare la percezione di vitalità. Anche questo è un modo in cui il cibo dialoga con il nostro sistema nervoso.

5° aspetto

L’umore: alcuni cibi come la cioccolata fondente, tacchino, uova e banane possono influenzare il buon umore quindi favoriscono la produzione di neurotrasmettitori legati al benessere, ma spesso ciò che cerchiamo non è la serotonina… è consolazione.

Considerando quindi il gusto come il senso principale predisposto ad assaporare i cibi, si può asserire che questo non sia il solo. Contribuiscono infatti enormemente la vista (colori, dimensioni, presentazione, forme) l’olfatto (profumi, odori) il tatto (temperatura, consistenza) ma anche gli aspetti emotivi e cognitivi della persona.

Dal punto di vista olistico infatti il mangiare è un’esperienza a 360° e coinvolge anche le emozioni: quelle evocate da quell’alimento, da quel profumo, da quella consistenza. Come abbiamo elaborato queste sensazioni e che feedback ci danno. L’ambiente poi gioca un ruolo cruciale: mangiare in compagnia o in un contesto familiare può farci apprezzare diversamente una pietanza e influenzare quindi il grado di appagamento che lo stesso pasto ci trasmette.

Pertanto, se tra qualche ora ti viene fame soffermati su tutti questi aspetti. Forse è riduttivo augurare “Buon Appetito!”. Più corretto sarebbe dire “Buona consapevolezza!”  Perché non stai solo nutrendo il tuo corpo. Stai dialogando con lui.

 

domenica 8 febbraio 2026

FAME REALE O FAME NERVOSA? IMPARARE A RICONOSCERLE PER MANGIARE MEGLIO E CON MENO SENSI DI COLPA HAI FAME … O E’ SOLO STRESS?

Quante volte ti è capitato di mangiare senza avere davvero fame? Sembra un controsenso ma avere fame è diverso da avere appetito e da aver voglia di mangiare. Capire la differenza tra questi tre concetti è il primo passo per ottenere un rapporto più sano con il cibo.

Cos’è quindi la fame reale?



È la risposta ad un bisogno fisiologico e biologico, nasce dallo stomaco e non dal cervello. E’ una sensazione che arriva gradualmente, pian piano e può essere soddisfatta con diversi alimenti. Di solito è accompagnata da brontolio, calo di energia, difficoltà di concentrazione, leggera irritabilità. A mangiare si placa e il cibo regala al corpo un senso di sazietà e nessun senso di colpa.

Cos’è invece la fame emotiva o nervosa?

È una sensazione che nasce dalla mente e dalle emozioni e non dal corpo. Può partire da stress, ansia, noia, tristezza, stanchezza mentale. E’ una sensazione improvvisa e solitamente punta a cibi specifici chiamati comfort food come dolci o snack.  Nonostante si assecondi mangiando non passa e viene spesso seguita da un senso di colpa o frustrazione. Non è una mancanza di forza di volontà, ma una risposta neurobiologica che coinvolge cortisolo, dopamina, serotonina ovvero ormone dello stress, della ricompensa e appagamento e dell’umore. Il cibo in questo caso diventa un regolatore emotivo: qualcosa che ha a che fare con  l’asse intestino-cervello, stress e gestione dello stile di vita.

Come le distinguo e come le gestisco a livello pratico?

Per capire se la sensazione che provo è vera fame o fame nervosa posso farmi delle domande. Mangerei anche qualcosa di semplice? Quando ho mangiato l’ultima volta? Che emozioni sto provando? Se aspetto 10 minuti la fame aumenta, diminuisce, rimane invariata? Chi sta chiedendo cibo? La mia mente o il mio corpo?

Se a tutte queste domande la risposta è “fame nervosa” non devo né impormi divieti né passare ai moralismi. Basta fermarsi un attimo anche un solo minuto. Respirare profondamente e darsi il giusto tempo. Cambiare posizione, stanza oppure fare una pausa o parlare con qualcuno. Non si tratta di controllarsi ma di ascoltarsi. Riconoscere la fame è un atto di cura e non di disciplina

Fame nervosa in psicosomatica

Nell’approccio psicosomatico la fame nervosa non è fame di cibo ma fame da regolazione emotiva. Il corpo usa il cibo come linguaggio quando un’emozione non trova spazio per essere riconosciuta. È una risposta allo stress cronico e nasce da sovraccarico del sistema nervoso. Il cibo quindi serve per calmare, distrarre, compensare, riempire un vuoto emotivo. A livello mente-corpo il sistema nervoso è in modalità allerta e questo fa aumentare il cortisolo e riduce la capacità di ascoltare i segnali reali di fame e sazietà. Il cervello cerca dopamina e serotonina in maniera rapida spesso attraverso zuccheri e comfort food.

Visione della medicina cinese

Per la medicina tradizionale cinese invece fame nervosa coincide con disequilibrio energetico. Vengono coinvolti organi come milza, pancreas, fegato e cuore. Rispettivamente una milza indebolita porta a pasti disordinati, porta alla sensazione di stomaco vuoto. Il fegato trova nel cibo una valvola di sfogo porta a fame improvvisa e attacchi serali. Il cuore ospita lo spirito che se è agitato usa il cibo per creare una sensazione momentanea di sicurezza e conforto.

Che sia visione olistica psicosomatica, medicina occidentale oppure tradizionale cinese, tutti concordano sul fatto che il corpo sta chiedendo ascolto. La fame nervosa non è un errore da correggere ma un segnale da comprendere.

Se vuoi pertanto migliorare il tuo rapporto con il cibo puoi partire da qui. Dall’ascolto del tuo corpo!

Ascoltare la fame significa ascoltare se stessi.. già questo è nutrimento

Fonti

  Guyton & Hall – Textbook of Medical Physiology
(meccanismi di fame, sazietà, regolazione ipotalamica)

  EFSA – European Food Safety Authority
Scientific Opinion on appetite regulation and satiety

  FAO / WHO
Hunger, appetite and nutritional needs

sabato 7 febbraio 2026

ALIMENTAZIONE RICCA DI FRUTTA E VERDURA: I BENEFICI PSICOSOMATICI SU STRESS, UMORE E BENESSERE

Un’alimentazione ricca di frutta e verdura non nutre solo il corpo: scopri i benefici psicosomatici su stress, umore e asse intestino-cervello

Corpo e mente: due parti dello stesso intero

Come suggerisce Treccani, psicosomatico: dall’unione di due termini greci psiche (anima-mente) e soma (corpo) si riferisce ad ogni disturbo o sintomo che viene avvertito a livello fisico ma le cui cause o aggravamenti sono da ricercarsi in fattori di natura psicologica, affettiva ed emotiva.

Praticamente: corpo e mente non sono separati e distinti ma ciò che mangiamo influisce su emozioni, energia e stress. Non è magia, misticismo o credenza ma pura fisiologia.

Frutta e verdura: messaggio biologico

Ma quindi perché frutta e verdura sono così importanti per il nostro corpo, secondo questa chiave di lettura olistica? Quello che fa la differenza è il messaggio che questi elementi danno al nostro organismo, in particolare al sistema nervoso.

Le fibre “parlano” al nostro intestino, i micronutrienti influenzano il metabolismo cellulare, il colore degli alimenti comunica attraverso segnali biologici e ci indica cosa stiamo ingerendo (polifenoli, carotenoidi...) In sostanza non è semplice nutrizione, - sempre che la nutrizione possa essere definita “semplice” – ma è comunicazione biologica.

Asse intestino-cervello e gestione delle emozioni

Spesso abbiamo sentito la frase “l’intestino è il nostro secondo cervello” ma tolta la ridondanza e pomposità delle parole e lo stupore o sorpresa nel sentirle, quanto in realtà abbiamo compreso questa affermazione?  Il cervello è considerato come la centrale gestionale del nostro corpo ma l’intestino non è da meno: è la sede staccata, la sede operativa che coordina tutte le operazioni ma sul campo, nella pancia, nel punto focus del nostro corpo, dove tutto avviene. Una dieta povera di vegetali può aumentare l’infiammazione e irritabilità, influenzare microbiota e serotonina e di riflesso avere un ruolo su sistema immunitario e stress.

Benefici psicosomatici di una dieta ricca di vegetali

Mangiare tanta frutta e verdura, - di fatto vitamine e fitonutrienti – comporta una maggiore lucidità mentale, una migliore gestione dello stress e della fame nervosa, più vitalità ed energia. Ma non serve stravolgere la propria vita, bastano piccoli gesti quotidiani per incrementare qualità e quantità, ascoltare il proprio corpo e per colmare il divario tra ciò che dovrei mangiare e ciò che mangio è possibile valutare, con il supporto di un consulente, un’integrazione mirata di qualità.

Nutrire quindi il corpo con l’opportuna quantità di vegetali significa dare stabilità anche alla mente e alla psiche. Non si tratta solo di ottenere benefici “fisici” quali pelle e unghie più forti,
prevenire malattie cardiovascolari e fornire al proprio organismo tutti i micronutrienti essenziali regalando quindi il carburante ideale. Questo tipo di alimentazione non cura le emozioni ma crea le condizioni ideali affinché corpo e mente possano comunicare in maniera adeguata, e dialogare in modo equilibrato.

Via libera quindi a piatti pieni di colori e fantasia, dove frutta e verdura incontrano il gusto e oltre a far bene al nostro fisico, fanno bene alla nostra mente e anche all’umore.

 

Fonti scientifiche

  • Fruit and Vegetable Intake and Mental Health
    Nutrients, 2020
  • Diet, Nutrition and Mental Health
    Frontiers in Psychiatry, 2021

  • The Gut–Brain Axis: Influence of Diet on Mental Health
    Frontiers in Nutrition, 2025
  • Treccani Enciclopedia

sabato 31 gennaio 2026

Perché mangio poco ma non dimagrisco: 3 errori che bloccano il metabolismo

Ecco perché il peso non è solo questione di calorie, ma dipende da un equilibrio interno condizionato da stress, sonno e microbiota.

“Mangio poco ma non dimagrisco”, “Faccio tutto per bene: dieta, attività fisica ma il peso resta fermo!” “Forse mi sfugge qualcosa perché non ottengo risultati o durano poche settimane”


Molte volte chi ha affrontato un percorso per la perdita di peso si è imbattuto in questi pensieri e nella frustrante situazione di non vedere la lancetta della bilancia scendere e i centimetri del girovita diminuire nonostante i sacrifici concreti fatti. Beh non sempre il “mangia meno, muoviti di più!” è la sola risposta. Il corpo non è un computer o una calcolatrice. Forse non hai bisogno di mangiare meno.
Forse hai bisogno di dormire meglio, respirare di più e smettere di combattere il tuo corpo.

Quest’ultimo infatti è un sistema intelligente che blocca il dimagrimento se percepisce stress, pericolo o squilibrio, nella piena logica della sopravvivenza dell’individuo che primordialmente non poteva permettersi di perdere preziose riserve di sostentamento quando era in un periodo pesante, quando rischiava l’attacco da parte di un animale selvatico oppure quando, per qualche motivo, non era in quella fase ottimale a favore del “lasciar andare”, ma in quella del “tieni stretto quel kg che ci potrebbe servire”.

In molte medicine tradizionali e oggi anche nella fisiologia moderna, il peso è una risposta adattativa non un errore. Quindi quello che dobbiamo capire è a quale domanda sta rispondendo il nostro corpo.

Prima cosa che non ti fa dimagrire: dormire male

La prima cosa che non ti fa dimagrire è il dormire male

La carenza di sonno aumenta infatti i livelli di cortisolo, altera gli ormoni legati a fame e sazietà come leptina e grelina e aumenta la resistenza insulinica. Dormire poco praticamente fa venire più fame, rende il controllo glicemico più difficile e rallenta il metabolismo. In sostanza il corpo è in modalità “risparmio”, con poco ne ha abbastanza e quindi anche con una dieta perfetta e volta al dimagrimento, non va ad intaccare le riserve. Il “ragionamento” del nostro organismo è proprio questo: in una situazione di alto stress devo risparmiare per evitare di consumare il cibo in dispensa.

Nella medicina tradizionale cinese il sonno nutre il Qi e il fegato - che lavora di notte - se non riposi, rallenta la sua funzione di depurazione, il corpo pertanto tira il freno e rallenta.

Fondamentale è quindi controllare la buona qualità del sonno, compromessa da un’eccessiva necessità di autocontrollo, una mente sempre attiva e a difficoltà “mentali” nel “lasciar andare”.

Ricorda che un corpo che non si sente al sicuro non dimagrisce.

Seconda cosa che non ti fa dimagrire: stress cronico

La seconda cosa che non ti fa dimagrire è lo stress cronico

Anche qui c’entra il cortisolo che ad alti livelli favorisce l’accumulo di grasso addominale (la cosiddetta pancetta), altera la glicemia e peggiora il rapporto con il cibo. Anche se mangi poco, il corpo trattiene. Per le scienze orientali lo stress è sintomo di stagnazione energetica, se l’energia non scorre il corpo accumula. Ma perché siamo stressati? Questa è la vera domanda… Senso di colpa, difficoltà a mettersi al primo posto, troppa autocritica. Tutte queste sensazioni e sentimenti che nutriamo per noi stessi poi si ripercuotono sul nostro fisico che vede il grasso come protezione e quindi se lo tiene ben stretto.

Terza cosa che non ti fa dimagrire: microbiota alterato

Terza causa del tuo mancato dimagrimento è il microbiota alterato.

Questo può essere una concausa di infiammazione, può ridurre la sensibilità insulinica ed influenzare il senso di fame. Inoltre alcuni batteri sono migliori di altri nel ricavare le calorie dal cibo ingerito e questo è il motivo per cui due persone che mangiano la stessa cosa possono rispondere a quello stesso alimento in maniera diversa.

In una visione olistica possiamo considerare l’intestino come il centro di assimilazione non solo di nutrienti ma anche di emozioni, stress, sensazioni ed esperienze. Un intestino irritato trova difficoltà nel nutrirsi bene ed efficacemente. In base a questa lettura, possiamo collegare i problemi di “pancia” alla nostra ipersensibilità, la difficoltà di dire no, la gestione maldestra delle emozioni. Tradotto: se vuoi dimagrire prima di digerire un pasto devi imparare a digerire le tue esperienze di vita.

Quindi, per riassumere, il corpo non dimagrisce se è in modalità risparmio-difesa-guardia.

La perdita di peso è una conseguenza naturale quando il corpo si sente in esubero, tranquillo e al sicuro: buon riposo, stress basso e fiducia, intestino equilibrato e corretta assimilazione.

Pertanto prima rimettiti in equilibrio e poi controlla bilancia e centimetro. Prima di iniziare una dieta controlla di fare pasti regolari, di avere un sonno rigeneratore, di riuscire a gestire lo stress e di dare il corretto supporto al tuo intestino.

L’alimentazione diventa la tua cura: il corpo collabora solo quando viene ascoltato! Dimagrire non è una guerra da vincere, ma un equilibrio da ritrovare.

Per altre curiosità visita il mio sito www.integrazionevegetaletrento.it


Fonti
Short sleep duration is associated with reduced leptin, elevated ghrelin, and increased body mass index.
PLoS Medicine, 2004.

Sleep duration and quality: impact on lifestyle behaviors and cardiometabolic health.
Circulation, 2016.

Impact of sleep debt on metabolic and endocrine function. The Lancet, 1999.


 

mercoledì 28 gennaio 2026

Integratori: quando servono davvero e quando sono inutili (falsi miti da sfatare)

Alimentazione e integrazione sono spesso le parti di un unico grande mondo che è quello della nutrizione: strettamente correlate l’una con l’altra e concorrenti al raggiungimento di un unico scopo comune ovvero quello di fornire il “corretto carburante” al nostro organismo. Ma integrare è sempre e comunque utile? Siamo sicuri?

Utilizzare degli integratori alimentari ha sicuramente senso e valore e in molti casi è assolutamente bene farlo. I supplementi, in contesti tali, hanno evidenza scientifica di utilità e non danno una mera “sensazione soggettiva di miglioramento”.


Quando dalle analisi del sangue emergono carenze comprovate di vitamine e minerali che ne dimostrano livelli insufficienti è dimostrato che integrare con prodotti di qualità può ripristinarne i livelli e migliorarne i processi. Si tratta di differenze e valori clinici che supportano l’idea dell’ “integro per necessità non per sicurezza”.

Questo non significa che prevenire non sia importante. In determinate situazioni della nostra vita infatti si presenta un bisogno aumentato di micronutrienti che pertanto vanno inseriti nell’organismo e riportati ai dosaggi ottimali. Parlo ad esempio dell’acido folico in gravidanza oppure della maggior richiesta di ferro vitamina D durante la rapida crescita che caratterizza il periodo dell’adolescenza. Ancora in età adulta e menopausa quando una dieta inadeguata può ridurre l’apporto e l’assorbimento di calcio. Altro esempio la realtà sportiva che richiede un ripristino delle proteine consumate durante l’allenamento e il riequilibrio di sali minerali.

Pertanto l’integrazione è valida ma non come “meccanismo automatico a priori” ma come risposta ad una necessità o ad un bisogno oggettivo, misurato da indagini cliniche.

Eh si! Esistono casi in cui integrare non serve.

La scienza è chiara: se non c’è bisogno non si trae beneficio significativo dall’assumere integratori generalisti. Sono fondamentali consulenze e test ematici per non prenderli a caso, cosa spesso inutile o controproducente.

Molti prodotti che promettono miracoli o effetti rapidi sono solamente oggetto di trovate pubblicitarie. (la melatonina aiuta si l’addormentamento ma riduce il tempo per addormentarsi solo di pochi minuti non è un rimedio magico)

Occhio all’assunzione random di vitamine. Alcune come la K possono interferire con i medicinali reali pertanto è sempre meglio chiedere il parere di un esperto prima.

Ricorda che “naturale/vegetale” non significa sempre sicuro, che la stanchezza è una questione multifattoriale quindi devi lavorare non solo sulle vitamine ma anche su dieta e sonno. Non esistono prodotti miracolosi che migliorano la tua prestazione sportiva da soli, occorre sempre allenamento e alimentazione corretta.

Prendere integratori indiscriminatamente pertanto non serve. Se vuoi migliorare la tua salute devi i
n primo luogo conoscere le tue reali necessità tramite esami e consulenze e poi scegliere il prodotto giusto. Non tutti sono uguali e quelli con certificazioni di terze parti garantiscono controlli qualitativi migliori. Per chi infatti ha carenze documentate o è in una fase della vita con aumentato fabbisogno, un prodotto mirato affidabile può effettivamente fare la differenza.

Ricorda quindi che la dieta e lo stile di vita rimangono al centro e che l’integratore non si sostituisce ad essi ma rimane uno strumento di supporto mirato assolutamente valido, ma come dice il termine stesso “integra” non rimpiazza.

Integrare quindi funziona quando lo si fa in maniera intelligente, consapevole e in risposta ad esigenze reali.

Trovi i miei consigli anche sul mio sito www.integrazionevegetaletrento.it.

Fonti

-Stanford Medicine – miti e fatti sugli integratori (2025)

-PubMed / review sull’adolescenza e supplementazione

-MDPI review su supplementazione in gravidanza

-Indicazioni generali su integrazione a tutte le età

-Articoli su rischi di over-supplementazione