Da “vittime” del marketing, a “consumatori” … fino a diventare “eligiter”
1.Vittime del marketingUn annuncio pubblicitario, un volantino nella posta, una
chiamata di qualche centralino fantomatico che ci propina l’ennesimo servizio
sono considerati da tutti operazioni di marketing con il puro scopo di vendere
qualcosa a qualcuno e spesso, se noi siamo i destinatari prescelti, questo ci dà
anche molta noia. Inconsapevolmente, però, viviamo ogni giorno una delle
esperienze di marketing più efficaci della nostra epoca: fare la spesa al
supermercato. Ebbene sì! Quella che noi consideriamo la trasposizione moderna
del “procacciamoci” il cibo, in realtà è un’operazione di marketing perfettamente
orchestrata e che raggiunge il proprio obiettivo (ovvero il consumo) in
percentuali elevatissime. Qui si intrecciano psicologia, psicosomatica,
tecniche di vendita e percezione di urgenza e necessità, il tutto guidato da
logiche economiche.
Molto di questo gira attorno alla percezione del gusto,
della fame e al rapporto che abbiamo generalmente con il cibo.
Andiamo con ordine!
Innanzitutto dobbiamo considerare che a differenza di quanto
si pensi (e qui va posta attenzione!) il senso del gusto non è solo legato alla
sensazione di piacere che si prova assaporando un cibo, ma ha anche la funzione
di analizzarne il contenuto riconoscendo sostanze chimiche e permettendo di distinguere
un alimento ricco di nutrienti da uno potenzialmente tossico. Se noi andiamo
indietro di migliaia di anni quando la dieta non era così varia e quando
condimenti, abbinamenti e tipi di cotture erano pressoché sconosciuti, ci è
lecito pensare come questa seconda funzione probabilmente fosse preponderante e
fondamentale per distinguere una carcassa di mammut in putrefazione - e quindi
non commestibile- da una invece digeribile e ricca di proteine e nutrienti.
I 5 gusti presenti sono amaro, acido, salato, dolce e umami.
È interessante notare come se per il dolce abbiamo un solo recettore uguale per
tutti gli esseri umani, per l’amaro ne abbiamo circa 25 che variano a seconda
di etnia, età, sesso e pertanto da persona a persona. Questo perché, mentre al
dolce si collegano alimenti gradevoli (in preistoria la frutta) all’amaro si associa
una sensazione di divieto, di negazione. In un’ottica di sopravvivenza è logico pensare
come sia estremamente importante riuscire a riconoscere un cibo pericoloso e
quindi come le papille gustative - ma più largamente tutto l’organismo - si sia
allenato e focalizzato ad individuare questi cibi, potenziando la propria
abilità attraverso la presenza di più recettori specifici.
Ora come occidentali, ci troviamo in un momento storico dove
la nostra preferenza naturale verso il dolce, il salato e il grasso, porta l’industria
a continuare a produrre questo tipo di alimenti in gran quantità, essendo quasi
matematicamente certo il loro consumo e quindi la loro vendita.
I nostri recettori infatti, abituati a questi gusti, tendono
a rifiutare per confronto tutti gli altri, anche se al giorno d’oggi amaro o
acido non significa necessariamente putrefatto oppure tossico come un tempo.
2.Consumatori inconsapevoli
Con questo bagaglio di competenze “sulla punta della lingua”
entriamo quindi in un supermercato. All’inizio ci troviamo davanti frutta e
verdura. Riempiamo un po’ il carrello scegliendo quella che ci aggrada di più
per sapore, profumo e colore. Poi procedendo nelle corsie iniziamo a inserire
prodotti legati più a quella che viene definita SPESA EMOTIVA, più che SPESA SANA.
Andremo a scegliere prodotti non sempre sulla base del loro apporto
nutrizionale, calorico e salutare ma più perché “ci piacciono”, perché “ci
piace la sensazione che proviamo nel consumarli”, perché “ci piace come ci fanno
sentire dopo averli ingeriti”, perché “ci regalano occasioni di socialità”. Sto
parlando ad esempio del cioccolato, del gelato, o di due tagli di carne che ci
permettono di organizzare la grigliata della domenica con il nostro gruppo di
amici. Quante volte ci è capitato di entrare per prendere un litro di latte e
delle uova e uscire con un carrello pieno di snack? Entriamo per comprare cibo…
e usciamo con emozioni confezionate. Attenzione però a non fraintendere. Tutto
questo non è sbagliato! Ci fa solo rimanere nella condizione di CONSUMATORE
ovvero di un soggetto che sapientemente indirizzato da pubblicità, slogan e
dalla disposizione sapiente di scaffali e espositori non svolge altro che il
suo compito, ovvero quello di acquistare, di implementare i consumi,
assecondando inconsciamente quello che le proprie papille gustative e il
proprio cervello limbico gli stanno comunicando.
La parola chiave è proprio quell’ “inconsciamente”.
3.Eligiter: chi sceglie davvero
Come appena detto, il consumatore appunto consuma. Spende,
acquista sulla base di un ragionamento emotivo, irrazionale e istintivo. I nostri recettori e quindi la nostra stessa
biologia invece ci stanno dicendo come l’esperienza della scelta di un cibo
dovrebbe essere appunto una scelta, un discrimine tra ciò che mi farà bene e
ciò che mi porterà alla morte perché andato a male oppure tossico. Ora,
riportando tutto alla nostra realtà moderna, la differenza tra consumatore ed
eligiter è proprio la consapevolezza di cosa metto nel carrello e quindi di
cosa porto in tavola e al palato. La scelta non riguarda solo l’aspetto del “cosa”
mi piace, ma anche del “cosa” mi serve e “cosa” è sostenibile . Il gusto quindi
diventa un aspetto fondamentale e potrebbe avere ricadute positive su ambiente
e su tutta la filiera agroalimentare e sulla salute. Questo potrebbe aprire a
nuovi mercati e alla sperimentazione di nuovi cibi e sapori se tutti noi diventassimo
eligiter.
Pertanto, riassumendo, acquistare una confezione di gelato
non è sbagliato se l’assaporarla dopo cena in compagnia della propria famiglia
ci appaga non solo lo stomaco ma anche emotivamente, così come non è da “integralisti
bigotti” il voler seguire un’alimentazione vegana dove magari qualche vegetale
marino risulta essere amaro e apparentemente poco appetitoso. Quello da tener
presente è sempre l’organismo nella sua totalità: quindi evitare un’alimentazione
che appaga solo la nostra parte emozionale trascurando quella biologica nutrizionale,
oppure evitare di ridurre la nutrizione ad un puro atto meccanico senza
soddisfazione emotiva o coinvolgimento sensoriale.
L’eligiter non è chi mangia perfetto.
È chi sceglie in modo consapevole, senza essere guidato solo dall’impulso o dal
marketing.
Non si tratta di smettere di comprare.
Si tratta di iniziare a scegliere.
Perché tra uno scaffale e l’altro, non stai solo riempiendo un carrello…
stai costruendo il tuo modo di nutrirti.
Fonti
- Bassoli A., Il gusto di sapere. Perché ci piace ciò che mangiamo
- Wansink B., Mindless Eating: Why We Eat More Than We Think
- Spence C., Gastrophysics: The New Science of Eating


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